L’Italia non è un paese per donne

L’Italia non è un paese per donne

 
E’ sempre difficilissimo parlare adeguatamente di femminicidio. Il rischio è sempre quello, onnipresente, di banalizzare un fenomeno complesso e denso di dolore, approcciarsi senza il giusto riguardo, parlarne senza poter veramente dire qualcosa di nuovo, di risolutivo o semplicemente di sensato. E’ ancora più difficile parlarne quando sei uomo: perché, per quanto tu possa sforzarti d’immedesimarti o di comprendere, è impossibile. E’ impossibile capire che cosa si provi in un momento come questo: se a prevalere è la rabbia, la voglia di urlare al mondo l’ennesima – brutale – ingiustizia o come vincere ogni giorno la paura. Una paura giustificata, la paura che un giorno possa essere tu o qualcuno che conosci. Una paura motivata, che nasce dall’incombenza della cronaca sulla vita di tutti i giorni, dalla goffaggine di una certa tipologia di media (che tende sempre a porre in risalto l’accondiscendenza della vittima), dall’insufficienza delle contromosse della giustizia. E’ impossibile anche solo avvicinarsi, per un uomo, al coraggio che ci vuole per vivere – oggi – in Italia, una nazione che ha dimostrato ancora una volta di non essere ancora un paese per donne.
E’ sempre difficilissimo parlare di femminicidio per un media. Il rischio è quello di scadere, sempre, nello sciacallaggio. Di parlare approssimativamente di un dramma tanto vasto, di relegare la storia di qualcuno al suo nome posto vicino all’ennesimo amarissimo episodio di cronaca. Di non riuscire ad avvicinarsi al dolore dei parenti, degli amici, di non riuscire a trasmettere la loro tragedia. Di limitarsi a un trafiletto inopportuno, magari parziale, come sempre succubi del meccanismo che ci impone di farci vedere per galleggiare nel mare magnum delle visualizzazioni.
E’ sempre difficilissimo parlare di femminicidio. Forse per questo è ancora più importante non smettere di farlo. Non far sopravanzare il silenzio, la routine, sopra quell’onda di dolore che ancora oggi investe il nostro paese – sono già 41 dall’inizio del 2021. Non piegarsi al dato di fatto, non accondiscendere alla sua permanenza fra le notizie, non farlo entrare nella norma. Non trasmettere, alle future generazioni, la mentalità che “sia possibile”, che non sia un’abominio terrificante. Non abituarsi, non avere timore di parlarne, accettare il rischio di sbagliare (purché lo si faccia in buona fede). Perché peggio di parlarne, soprattutto per chi come noi può farlo, c’è solo un altro rischio: tacerlo.
Non avendo specifiche competenze in materia e non volendo scivolare nella cronaca, abbiamo scelto come redazione di sfruttare questo spazio per parlare di possibili strumenti che possano aiutare.
violenza sulle donne

L’aumento della violenza domestica con la pandemia e Signal for help

Purtroppo, la situazione è peggiorata con l’arrivo della pandemia. Laddove ci è stato richiesto di rimanere a casa per preservare la nostra sicurezza, per alcune questo meccanismo è stato un ulteriore rischio, in quanto costrette a rimanere confinate in casa con l’autore delle violenze. Come riporta nel suo articolo Sofia Lissandron, “l’epidemia Coronavirus ha quindi accresciuto il rischio di violenza sulle donne, poiché se da un lato la convivenza e il confinamento forzati hanno aggravato situazioni di violenza preesistenti all’interno della famiglia, dall’altro l’emergenza sanitaria ha drasticamente ridotto le possibilità per le donne di formulare delle richieste di aiuto […] poiché essendo costrette a rimanere in casa con il loro maltrattante non hanno avuto la privacy necessaria per procedere. Infatti, in Italia le chiamate alle linee di assistenza sono diminuite drasticamente nel primo periodo di isolamento: una linea telefonica dedicata alla violenza domestica in Italia, ha ricevuto il 55% in meno delle chiamate nelle prime due settimane di marzo perché molte donne trovavano difficile chiedere aiuto durante il lockdown. La violenza contro le donne si è quindi aggravata nel contesto dell’emergenza sanitaria COVID-19. I dati emergenti dimostrano che dallo scoppio del virus, la violenza contro le donne e in particolare la violenza domestica, è aumentata.”
Per far fronte anche a questa situazione, che impediva di chiedere aiuto facilmente ed aggravava la situazione, è stato creato un gesto che permette di chiedere soccorso senza esporsi eccessivamente. Il gesto consiste nel piegare verso il palmo della mano il pollice tenendo le altre quattro dita in alto e poi chiuderle a pugno.
signalforhelp
 

Una rete rosa sul web: numeri utili e associazioni di supporto

Il primo punto di riferimento che ci sentiamo di segnalare è quello del Telefono Rosa. Si tratta di un’associazione di volontarie che offre sostegno sia psicologico sia legale, nonché è promotrice di svariate iniziative di sensibilizzazione ed educazione.
Segnaliamo anche la pagina di Di.Re., con i numeri telefonici dei centri antiviolenza sparsi per tutto il territorio.
È anche possibile chiamare il numero antiviolenza e stalking 1522, attivo 24 ore su 24 tutti i giorni dell’anno e accessibile dall’intero territorio nazionale gratuitamente, sia da rete fissa che mobile, con un’accoglienza disponibile in italiano, inglese, francese, spagnolo e arabo. In entrambi i casi si riceveranno indicazioni da persone che hanno l’esperienza e la formazione più completa per occuparsi di questa questione. È anche possibile, di fronte a una situazione di emergenza, chiamare i carabinieri al 112 o la polizia al 113.
Se avete altri strumenti da segnalarci, fatelo nei commenti e noi li integreremo nell’articolo.
violenza sulle donne non e risposta


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