Proteste contro gli aumenti di prezzi, le aziende rischiano la chiusura

Proteste contro gli aumenti di prezzi

“Sta arrivando l’inverno” era una frase chiave di una famosissima serie TV fantasy, Game of Thrones, che ha segnato il decennio 2010-2020 e che sottintendeva la necessità di prepararsi davanti a un periodo che si preannunciava buio. Oggi, questa frase potrebbe tranquillamente applicarsi alla vita reale. Il caro vita e specialmente quello energetico ha messo in ginocchio tantissimi imprenditori, che hanno deciso di portare avanti le loro proteste contro gli aumenti di prezzi.

D’altronde Catania era già stata segnalata come “la regina dell’inflazione italiana”, essendo la provincia in cui i prezzi erano aumentati di più rispetto al passato. Ben +11% rispetto a settembre dello scorso anno, una cifra che ha gettato nello sconforto molti privati cittadini. Quanto peso può avere un rincaro di questo tipo su artigiani, lavoratori, agricoltori, cooperatori, commercianti, imprenditori e industriali? Tutte categorie per le quali possiamo facilmente prevedere che siano raddoppiati anche i rincari, dovendo farvi fronte sia nella vita privata, sia per la propria attività. Se è vero che la crisi energetica è un fattore internazionale e che è difficile, se non impossibile, farvi fronte a livello locale, è altrettanto naturale che sia a quest’ultimo lo specchio del malessere di molti che, senza voler adoperare eufemismi, guardano oggi con preoccupazione “all’inverno”.

Proteste contro gli aumenti di prezzi in piazza a Catania

Uno slogan chiarissimo, un preciso dall’allarme contro il caro bollette per la manifestazione promossa da Confcooperative, Confagricoltura, Assoesercenti Sicilia-Unimpresa, Legacoop, Confindustria, Cna, Confesercenti, Agricoltori italiani, Confcommercio, Upla-Clai, Casartigiani Upia e i sindacati Cgil, Uil e Ugl. “Non stacchiamo la spina. Catania vuole vivere”: i manifestanti lo hanno urlato a chiare lettere da piazza Università, dove si sono radunati in massa per fare sentire la propria voce. “Luce gas / tartassati abbandonati”, “Luce gas / noi non chiediamo / Noi non paghiamo” i cori che hanno riecheggiato fra le vie della cittadina etnea.

Piazza Università di Catania

C’è chi, come molti panificatori, rischia di chiudere per gli aumenti dell’energia e delle materie prime a essi correlati. Il prezzo del pane, “lievitato” proprio a causa di questi aumenti, rischia oltretutto di far divenire il pane da bene di prima necessità a piccolo lusso – a favore dei supermercati e delle grandi catene alimentari, che riescono a calmierare meglio i prezzi. Ma ci sono anche agricoltori che devono far fronte a spese aumentate a dismisura per produrre alimenti che vengono pagati all’ingrosso pochissimo. E questo affrontando per di più i rischi legati a possibili periodi di magra produzione dovuti al cambiamento climatico, quando non ai danni arrecati da improvvise grandinate o piogge fuori stagione.

Ma ci sono anche artigiani, imprenditori e ristoratori. C’è chi ha già chiuso, perché non aveva altra soluzione dopo aver investito anni e anni del suo lavoro in quell’attività. Chi ancora resiste, cercando di stringere i denti e contenere i danni. Ma tutti sono pronti a portare avanti le proteste contro gli aumenti di prezzi.

Confcommercio: “Una situazione esplosiva”

Le parole di Francesco Sorbello, vicepresidente provinciale di Confcommercio «La situazione è esplosiva. Se non si pagano le bollette dapprima viene ridotta la potenza dell’energia erogata, e questo rendere difficile lavorare, poi c’è il distacco e tante attività e aziende rischiano di chiudere». 

A rincarare la dose è il presidente provinciale di Confcommercio, Pietro Agen. «Ci vuole un intervento straordinario di breve e medio periodo per l’abbattimento delle bollette. Già il prezzo del gas da agosto ad oggi è crollato da 400 a 100, ma prima che questo calo si veda nelle bollette ci vorranno mesi. Devono aiutarci a resistere. Inoltre, crediamo che un ammortamento in 60 mesi dei finanziamenti straordinari concessi dallo Stato per affrontare il Covid sia una follia. Si pensava che ci sarebbe stata la ripartenza e, invece, è arrivata la guerra».

Proteste contro caro prezzi

«Per questo chiediamo un prestito di guerra. Vogliamo pagare il debito in 30 anni con gli interessi, come per tutti i prestiti bancari. Infine, chiediamo una proroga di sei mesi del pagamento del Durc perché per imprenditori e artigiani avere un Durc negativo significherebbe essere tagliati fuori da tutti i finanziamenti. Sono tre piccole cose, di cui una sola, la prima, ha un costo. Eppure ci permettono di sopravvivere in attesa di una ripresa che ci auguriamo arrivi».

Anche il presidente di Confidustria Catania, Antonello Biriaco, parla di «un momento di difficoltà grandissima. Abbiamo bisogno di liquidità, di una moratoria di tutti i mutui, le bollette e i costi sostenuti dalle aziende durante il Covid e ristori immediati alle aziende, come è stato fatto durante la pandemia. Questa situazione è peggiore di quella di  quando c’era la cassa integrazione automatica, il blocco dei pagamenti, i ristori e non consumavamo perché le aziende erano chiuse. Ora il danno è triplicato». 

Anche secondo Salvo Politino, presidente Assoesercenti Sicilia-Unimpresa, «il caro energia è diventato insostenibile. Le aziende in questo momento non hanno capacità di rimborso. La liquidità data nel periodo del Covid è stata utilizzata per fare fronte al caro energia. Pertanto chiediamo un indennizzo caro energia, cioè ulteriori contributi a fondo perduto e ulteriori estensione del periodo dei pre ammortamenti. Il nuovo governo deve, come priorità assoluta, affrontare il caro energia e trovare soluzioni con l’Europa».


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