Il terremoto del 1693 di Catania

Il terremoto del 1693 Le vittime

Il terremoto del 1693 I giorni dell’apocalisse

Il sisma del 1693 noto come il terremoto della val di Noto, che colpì un’area vastissima della provincia di Catania, è stato probabilmente l’evento tellurico più violento degli ultimi 1.000 anni, su scala mondiale il 23° della storia.
In realtà fu una catastrofe combinata tra terremoto, eruzione dell’Etna e maremoto.
Tutto cominciò il 9 gennaio alle 4,30 della notte, quando una scossa di magnitudo 7.0 colpì la val di Noto, coinvolgendo praticamente tutti i paesi della zona, ma la particolare violenza dell’evento ne permise la propagazione fino alla isole Lipari, su tutta la Sicilia e parte del sud della Calabria.
Come gli altri centri abitati, Catania subì seri danni alle strutture e contò 16 morti tra la popolazione.
Ma l’evento che distrusse l’area fu la replica di due giorni dopo.
Alle 21 dell’11 gennaio 1693 una seconda scossa, molto più forte della precedente (7,5 Richter) colpì la val di Noto, coinvolgendo questa volta un’area molto più vasta (14.000 kmq).
La scossa fu avvertita fino a Palermo, a Malta e in Tunisia.
L’epicentro al largo del porto di Catania, fu seguito dallo smottamento della costa. Alle 2,30 della notte un’onda di tsunami si riversò sul’area che ormai era composta solo da cadaveri, macerie e pochi sopravvissuti.
Il maremoto provocò onde alte fino a 16 metri e colpì nel contempo Malta, la punta sud della Calabria e le Lipari.

Il terremoto del 1693 Le vittime

Il terremoto del 1693 di Catania
Si presentava uno scenario apocalittico, tenuto conto che nel frattempo anche l’Etna era entrato in attività. È stato calcolato che se considerato sulla scala Mercalli, avrebbe raggiunto l’11mo grado.
I morti furono 54.000 secondo le stime ufficiali dell’epoca, ma probabilmente tale cifra è sottostimata dati i metodi spartani con i quali veniva censita la popolazione; era il periodo di decadenza del regno austriaco, il territorio di lì a pochi anni sarebbe poi stato conquistato dai Borboni.
Ma più che il numero in sè colpisce la percentuale antropica delle mortalità, i decessi furono in percentuale molto alti rispetto alla demografia dell’epoca.
Le fonti ufficiali riportano:
Catania, 16.000 morti su 19.000 abitanti (63%);
Ragusa, 5.000 su 9.950 (51%);
Augusta, 1840 su 5.500 (30%);
Lentini, 4.000 su 10.000 (40%);
Militello, 3.000 su 10.000 (30%);
Siracusa, 3.500 su 15.000 (23%);
Modica, 3.400 su 17.900 (19%).
Una vera e propria ecatombe; lo sciame sismico si prolungò per oltre due anni e in seguito le città colpite vennero interamente ricostruite, alcune furono addirittura spostate a km di distanza, cioè ricostruite per intero su un sito diverso.
Città come:
Noto,
Avola,
Grammichele,
Giarratana,
Sortino,
furono completamente traslate più a valle, mentre Ragusa fu praticamente sdoppiata. Oggi quel che resta delle città pre sisma, sono indicate come “città vecchia“.
Nel breve termine la precarietà dell’economia rallentò la ricostruzione dei nuovi centri, ma con l’avvento dei Borboni, l’edilizia costituì un volano per la ripresa economica e un’occasione per la realizzazione delle bellissime strutture che oggi possiamo ammirare in tutta l’area.

Il terremoto del 1693 La faglia Ibleo Maltese

Il terremoto del 1693 La faglia Ibleo Maltese
Il bacino Mediterraneo è una zona altamente sismica, in particolare la vicinanza della Sicilia orientale alla faglia Ibleo Maltese, che si estende per 20 km in parallelo alla costa sicula orientale, con un’altezza che in alcuni punti raggiunge i 290 m è la testimonianza della spinta che la crosta terrestre riceve dalla deriva del blocco africano.
Atri eventi catastrofici di alta entità si sono verificati nella storia recente dell’isola. Ricordiamo in particolare l’evento di Messina del 28 dicembre 1908 che raggiunse una magnitudo di 7,1, o più recentemente il terremoto del 13 dicembre 1990, che colpì la zona di Augusta con una forza devastante di 5,3° Richter.
L’Italia meridionale e centrale è costantemente interessata da movimenti tellurici, ogni giorno ne accadono a centinaia; è lo scotto da pagare per vivere nel bel paese, ma sarebbero (a parte eventi epici) facilmente controllabili con un’attenta edilizia che ne tenga conto.


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